15 Febbraio 1621: Il miracolo della pietra spezzata

Quando fu costruito il tempietto attuale, si volle rivestire di marmi il muro dov'è dipinta l'immagine della Madonna. Con brutta sorpresa si trovò una grossa pietra vesuviana, incastrata nel muro, che con una delle sue punte arrivava sotto la figura della Madonna. Non si riusciva a toglierla con nessun mezzo, anzi c'era pericolo che da un momento all'altro tutto l'intonaco dov'era dipinta l'immagine andasse in briciole. Era la notte del 15 febbraio 1621 quando l'architetto Bartolomeo Picchiatti, vistosi perduto, prese in mano la pietra e pregò con fede la Madonna di dargliela. Essa si spezzò: metà restò nel muro e metà cadde a terra.

La pietra Vesuviana venne esposta al Santuario ed era molto più grande di come si presenta oggi. In quel periodo, si sparse la voce nel popolo di questo miracoloso prodigio e come segno di Devozione, i devoti della Madonna Dell'Arco prelevavano dei pezzi di pietra e conservarseli. Per salvaguardare la Pietra Vesuviana, i Padri Domenicani decisero di collocarla in uno dei pilastri più alti del Santuario alla quale ancora oggi è possibile vederla.

 

15 Dicembre 1631: L'eruzione del Vesuvio

Dal 15 dicembre 1631 al 21 gennaio 1632, avvenne una violentissima eruzione del Vesuvio e furono ospitati e curati in quell'occasione al Santuario Della Madonna Dell'Arco ben 3000 rifugiati. Anche in questa circostanza si racconta di un prodigio accaduto: per tutto il tempo dell'eruzione il volto della Madonna scomparve e si rese visibile solo alla fine dell'eruzione e nonostante la presenza di terremoti, caduta di piogge torrenziali, ceneri e lapilli, il Santuario subì solo anni ai finestroni,  eccetto quello centrale dov'era presente l'immagine della Madonna Dell'Arco.

A ricordo di tale evento fu posta, dietro l'edicola della sacra Immagine, una lapide di raro marmo nero con una scritta incisa in lettere d'oro. I fedeli sono soliti passare la mano o strofinare un fazzoletto sulla lastra di marmo nero, per poi toccarsi sulla fronte o su altre parti del proprio corpo o del bambino che portano in braccio. Spesso alcuni poggiano la fronte sul marmo: si vorrebbe toccare la Madonna dipinta dall’altra parte. Una particolarità che accade specialmente il giorno del Lunedì in Albis, visto l'afflusso esponenziale dei Fedeli che accorrono dinanzi alla Madonna Dell'Arco, è che sul marmo nero si formano delle goccioline di sudore. Per questo che il marmo, per la pietà popolare, viene denominato "Sudore della Madonna Dell'Arco" oppure brevemente: "'O Surore" e molto spesso i Battenti, come segno di ringraziamento alla Madonna, dopo aver attraversato la navata principale e aver compiuto il Pellegrinaggio, prendono la loro maglietta bianca e la strofinano totalmente sul marmo nero.

 

7 Marzo 1638: Secondo miracolo del sangue


Nel pomeriggio del 7 marzo del 1638 alcune pie donne che pregavano, nell'alzare gli occhi verso la miracolosa Immagine notarono qualche cosa d'insolito. Fissando più attentamente lo sguardo videro che la guancia colpita dalla palla del sacrilego giocatore, sanguinava di nuovo. Prima timidamente, poi a gran voce gridarono al miracolo, facendo accorrere i vicini ed i frati, che, atterriti, dovettero constatare la verità di quanto le buone donne asserivano. Il prodigio non cessò quella sera, ma fu visibile a tutti per diversi giorni, dando modo così alla notizia di diffondersi anche lontano. E da tutte le parti fu un accorrere concitato di fedeli, curiosi, ammirati ed atterriti insieme; la folla aumentò di giorno in giorno, fu tanta che le autorità stesse religiose e civili non poterono trascurare la cosa. Accorse infatti da Napoli il Viceré D.Ramiro Felipe Muñez de Guzman, duca di Medina las Torres (1637-43); e nello stesso giorno il Vescovo di Nola Monsignor Giambattista Lancellotti mandò il suo Vicario Generale D.Domenico Ignoli, perché constatasse l'accaduto. Il tutto fu testificato con un atto ufficiale da un pubblico notaio e alla presenza del Viceré, di tutti i Padri del convento, di molti Padri Minori Conventuali e di tutti i sacerdoti della Collegiata di Somma.

 

1656: Il Periodo della Peste

Anche durante la peste del 1656, che colpì tutta la Campania, mietendo centinaia di migliaia di vittime, il Santuario di Madonna dell'Arco fu un luogo di ricovero e di cura. In questa occasione è nata la devozione di ungersi in casi di malattia con l'olio della lampada votiva che arde, giorno e notte, presso l'Immagine della Beata Vergine. Molte testimonianze attendibili ci sono rimaste a proposito della guarigione avuta dal male della peste nell'invocare con fede la Madonna. Così in altre simili occasioni il Santuario è diventato luogo di riparo e di carità evangelica nell'assistenza dei rifugiati.

 

25 Marzo 1675: Il miracolo delle stelle

Un re­ligioso del convento piamente pregava dinanzi all'altare di Maria, quando, alzando gli occhi verso l'immagine, vide sotto la lividura della guancia risplendere una luce color d'oro e tutto intorno sfavillare numerose e piccole stelle. Ri­tenendo che fosse un'allucinazione chiamò il sacrestano, e senza prevenirlo, l'invitò a guardare l'immagine. Questi, colmo di meraviglia, confermò la visione della luce e delle stelle e corse a chiamare il priore, in quel tempo padre Ros­sella. Accompagnato da altri due frati all'altare della Vergine, il superiore constatò il miracolo. Il mattino dopo all'alba, il vescovo di Nola, monsignor Filippo Cesarino, avvisato dal prio­re del convento, si recò a visitare la sacra im­magine. Osservò lungamente le stelle e, com­mosso, volle che immediatamente anche il suo vicario osservasse e attestasse quel prodigio. Ordinò ai padri di divulgare la notizia e di non porre ostacoli alla gioia e al fervore dei fedeli e, appena ritornato a Nola, comandò che per tut­ta la diocesi s'istituissero pubbliche processioni di ringraziamento. Il viceré del tempo, Antonio Alvarez Marche­se D'Astorga, accorse anche lui al santuario, e confermando l'ordine del vescovo di Nola, co­mandò che per mano di un pubblico notaio ve­nisse redatto un documento riguardante l'acca­duto, da inviare poi al re di Spagna, assieme a una riproduzione dipinta del miracolo stesso. Dopo il viceré vennero e constatarono il prodi­gio il cardinale Orsini (più tardi papa Benedet­to XIII), l'inquisitore di Napoli e i consultori del Sant'Uffizio vaticano. Il 26 aprile, quindi circa un mese dopo (il che significa che tale prodigio durò molto tem­po), il notaio Carlo Scalpato da Nola redasse l'at­to ufficiale in presenza e con la testimonianza di moltissime persone autorevoli, religiose e civili, tra le quali troviamo il nunzio della Santa Sede presso il Regno di Napoli, monsignor Marco Vicentino, vescovo di Foligno; il vescovo di Nola Filippo Cesarino; il vicario generale della dio­cesi, Giovanbattista Fallecchia; il duca Fabri­zio Capece Piscicelli del Sedil Capuano e suo fratello Girolamo; don Nicola Capecelatro; il resi­dente del duca di Toscana presso la corte di Na­poli, don Santolo di Maria, e il giudice del luo­go dottor Onofrio Portelli.