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Il Santuario della Madonna Dell'Arco

E' il secondo luogo di culto e di fede più visitato e frequentato della Campania dopo quello del Santuario della Madonna Del Rosario di Pompei, ricordando inoltre che il giorno 29 Giugno 2016 è avvenuto un gemellaggio Storico fra Sant'Anastasia e Pompei. È stato realizzato da S. Giovanni Leonardi alla fine nel 500, esattamente nel 1592 e terminato nell'anno successivo. Da sempre è gestito dai Padri Domenicani del Santuario ed ogni 3 anni, salvo rinnovo del mandato, viene eletto un Padre Rettore alla quale ha l'obiettivo principale di portare avanti le attività di fede del Santuario. Ogni Lunedì in Albis il Santuario è meta di un Pellegrinaggio secolare in onore della Madonna Dell'Arco dove migliaia di Battenti e Devoti di tutta la Campania e oltre, affollano le vie del Paese per rinnovare il loro voto alla Madonna per una Grazia Ricevuta o semplicemente per fede.

Il Santuario si trova esattamente a Via Madonna Dell'Arco, 178, 80048 (Sant'Anastasia - NA) ed è aperto dalle ore 6.30 alle ore 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 19.30. La Domenica è aperto dalle ore 15.30 alle ore 21.00

Per conoscere dettagliatamente la Storia del Santuario, le opere e molto altro in maniera approfondita, andare sul sito ufficiale del Santuario della Madonna Dell'Arco al seguente indirizzo: http://www.santuarioarco.com/

 

L'opera di S. Giovanni Leonardi e la costruzione del Santuario

Portale della Madonna Dell'Arco - San Giovanni Leonardi e la ...

L'afflusso di molti fedeli crearono particolari problemi organizzativi ed economici. Alcuni dissensi si crearono, e si trascinarono per diversi anni, tra il Vescovo di Nola, il Comune di Sant'Anastasia e il Vicerè di Napoli circa la chiesetta della Madonna dell'Arco. Solo il Papa Clemente VIII, eletto il 30 gennaio 1592, risolse la annosa questione. Il 9 settembre 1592 mandò da Roma il Padre Giovanni Leonardi da Lucca, fondatore della Congregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio con alcuni suoi preti; e con la lettera della Sacra Congregazione, a firma del Cardinale Alessandrino, incaricò il Vescovo di Nola di affidargli la cura spirituale della Chiesa, e di deputare tre o quattro uomini del Casale di Sant'Anastasia per l'amministrazione delle elemosine e dei beni temporali. Il giorno 8 ottobre dello stesso anno, con regolare nomina da parte del Vescovo, il P. Giovanni Leonardi prendeva possesso della chiesa ed iniziava il suo ministero coadiuvato da tre suoi sacerdoti. Il 6 aprile 1593 per una maggiore funzionalità, anche in vista di una costruzione di un nuovo e più grande edificio per il culto, tutto, anche la parte economica, fu affidato al Leonardi. Nel suo santo zelo il Padre diede subito inizio all'opera già da tanto tempo e da tutti desiderata; un tempio cioè degno della gloria di Maria. Il 1° maggio dello stesso anno, giorno di sabato, ne fu posta con grande solennità la prima pietra, benedetta dal Vescovo di Nola Mons. Gallo. Su di essa fu inciso da una parte:

Nell'anno del Signore 1593 il primo maggio,
essendo Papa Clemente VIII,
Re d'Ispagna Filippo II,
e Vescovo di Nola Fabrizio Gallo
fu posta questa prima pietra.
E dalla parte opposta:
Alla Beata Vergine dell'Arco
per la bestemmiatrice Aurelia
castigata nei piedi
l'anno 1590 il giorno 20 aprile.

Bisognò superare non poche difficoltà tecniche, perchè l'antica edicola e la cappelletta fatta costruire dal De Rubeis, pur rimanendo dove erano, si trovassero nel centro della chiesa. La devozione alla Beata Vergine dell'Arco sotto la cura spirituale e l'amministrazione del santo P. Giovanni Leonardi crebbe in quantità e in qualità. Una pallida idea ce la dà una lettera scritta dal Leonardi al Vescovo di Nola per rendere conto dell'amministrazione di un anno. Qui risulta che di sole elemosine aveva raccolti ben 85.009 ducati. Ciò fa pensare a quanta fiducia si era conquistata presso tutti e quanto i fedeli gli fossero grati della sua opera e del suo zelo. Il Vescovo di Nola, poi, scrivendo alla S. Congregazione lo fece con queste parole: «Osservando quanto bene, anzi ottimamente il detto P. Giovanni Leonardi siasi condotto, non solo devesi meritatamente quietare, ma devesi stimare degno di essere premiato, onde lo lodiamo ampiamente».

 

I Padri Domenicani al Santuario della Madonna Dell'Arco

Nella foto, i Padri Domenicani e il Padre Rettore del Santuario della Madonna Dell'Arco. Anno 2020

Nonostante la saggia e prudente amministrazione di San Giovanni Leonardi, e la soddisfazione dei fedeli, le parti interessate al Santuario non smisero di porre in opera ogni mezzo per ottenere ognuno i propri intenti. Il Comune di Sant'Anastasia tendeva ad avere l'amministrazione del nascente Santuario; il Vescovo voleva fondarvi una collegiata di preti per il culto e l'amministrazione, mentre il Vicerè Giovanni di Zunica, Conte di Miranda, persisteva più che mai nel volere una famiglia religiosa. Questi, d'accordo col Reggente Moles e col Comune di Sant'Anastasia, mandò a Roma per trattare la cosa presso la S. Sede il Cav. Ottaviano Capecelatro, uomo di grande bontà e prudentissimo nel trattare affari. Prima di partire il Capecelatro ottenne dal Viceré che, ove mai non fosse possibile ottenere i Carmelitani Scalzi da lui preferiti, gli fosse data libertà di trattare a favore di altro istituto religioso osservante. A Roma il Capecelatro ottenne, in un primo tempo, un decreto col quale, derogando alle costituzioni di Bonifacio VIII, si permetteva all'ordine religioso cui sarebbe stato affidato la chiesa dell'Arco di accettare "benefici". Ottenne ancora che la collegiata di preti non si istituisse più all'Arco ma alla parrocchia di Sant'Anastasia, concorrendo però la chiesa dell'Arco a tale fondazione con trecento ducati annui. Dopo altre trattative il Cav. Capecelatro, delegato dalle parti, ottenne che il Santuario di Madonna dell'Arco fosse affidata ai Padri Domenicani di Napoli, di cui egli era estimatore ed amico. Fiorivano allora a Napoli due Congregazioni di Domenicani osservanti, ricche, tutte e due, di uomini afferrati nel carisma di San Domenico della santa predicazione: la Congregazione della Sanità che aveva la sua Casa principale alla celebre chiesa della Sanità di Napoli, e la Congregazione di S. Caterina degli Abruzzi, che riconosceva suo fondatore il P. Paolino da Lucca, e che aveva a Napoli i due celebri conventi di "Gesù e Maria" e di "S. Severo Maggiore". Il decreto pontificio parlava dei Padri osservanti senza indicare a quale delle due fiorenti Congregazioni di religiosi domenicani esistenti a Napoli dovesse essere affidata la chiesa dell'Arco, e sorsero perciò dubbi e incertezze; ma infine l'8 marzo 1594 si ottenne il decreto che concedeva ai Padri Domenicani della Congregazione degli Abruzzi la cura ed il servizio della Santuario, ed al Vescovo l'amministrazione delle cose temporali, da esercitare per mezzo di due suoi deputati. Il 1° agosto dello stesso anno i Padri Domenicani vennero al Santuario. In tal giorno il Priore del Convento di Gesù e Maria, P. Francesco Bresciani, Procuratore generale della stessa Congregazione, venne all'Arco insieme a molti padri; fu cantata la messa dal P. Arcangelo Domenici nella Cappella della Madonna e, consegnate al P. Bresciani le chiavi della chiesa e le suppellettili per atto pubblico stipulato dal Notaio Fabio Romano; il Leonardi intonò il Te Deum ringraziando, insieme ai presenti, Iddio e la Vergine Santissima venerata sotto il titolo dell'Arco. Da quel 1° agosto 1594 i Domenicani sono al Santuario di Maria, fedeli e devoti custodi del dono che, attraverso le vicende umane, Maria stessa faceva ad essi. Da quel giorno, ininterrottamente, si sono susseguiti qui per il servizio del Santuario una moltitudine di frati, illustri alcuni per bontà o per dottrina, altri umili e nascosti, ma tutti recanti nell'anima e nel cuore gratitudine immensa ed una fiducia serena nella bontà di Maria. Anche quando le vicende dolorose della persecuzione religiosa si abbattè sulle case religiose ed i frati furono costretti a lasciare i conventi siti nel Regno di Napoli e riparare un po' dappertutto. I fedeli protestarono e, forse unica eccezione, il Re Giuseppe Bonaparte dovette concedere ai Domenicani, dopo solo otto giorni di allontanamento, di tornare al venerato Santuario di Maria SS. dell'Arco. Gli inizi della missione dei padri Domenicani all'Arco non furono però nè facili nè senza sofferenze. L'abitazione che trovarono era costituita da poche insufficienti e malconce baracche di tavole, le quali, dice il P. Domenici, testimone e paziente ad un tempo, «d'estate erano fornace e d'inverno come cisterna». Ma la cosa più grave fu il fatto che una volta che San Giovanni Leonardi lasciò il Santuario, immediatamente sia il Vescovo che la Comunità di Sant'Anastasia avvalendosi del decreto del marzo 1594, mandarono di nuovo loro delegati al Santuario, che stessero assieme ai Padri al banco dove si ricevevano le offerte dei fedeli per la costruzione del tempio e per i bisogni del culto: «Era - dice il Domenici nel suo Compendio - una grandissima indecenza vedere al banco delle elemosine insieme mescolati frati, preti e secolari». Il 14 dicembre 1595 il Vescovo di Nola, sotto istanza della S. Sede, consegnò definitivamente il Santuario e la sua amministrazione ai Domenicani. Questi però rimasero obbligati a versare ogni anno, oltre i 500 scudi per la Collegiata di Sant'Anastasia, 100 ducati d'oro per un maestro che insegnasse grammatica ai fanciulli del paese ed una somma (fissata più tardi a ducati 400 annui) per maritaggi a fanciulle povere. Nel 1595 furono iniziati, dal primo priore dei Domenicani dell'Arco, il P. Sante Castellano, i lavori di costruzione del monumentale Convento annesso al Santuario. Quando il 1° agosto 1594 i primi Padri Domenicani arrivarono al Santuario, trovarono come loro abitazione insufficienti e sconnesse baracche che, dice il Domenici, «d'estate erano fornaci e d'inverno come cisterne». Il primo Priore dei domenicani, p. Sante Castellano, iniziò subito la costruzione dell'imponente convento sul lato ovest del tempio nel 1595. I criteri adottati furono larghi e rispecchiavano gli schemi classici dei conventi domenicani: chiostro centrale, quadrato, al piano terra tutti i locali necessari per la vita di una comunità religiosa. Di importanza architettonica e artistica, a questo livello del chiostro, sono la sala capitolare e l'ex farmacia. Al primo piano corridoi larghi circa quattro metri e mezzo ed alti sette su cui si aprono le «celle» o camere per l'alloggio dei religiosi. Il lato del convento che si affaccia sulla strada antistante il Santuario fu riservato, con i suoi portici esterni ed i locali interni, ai pellegrini che vi potevano trovare un punto di appoggio nelle loro soste al Santuario. Ormai completo, il convento, intorno al 1630 fu ulteriormente ampliato col prolungamento dei corridoi, la creazione di un ammezzato, di un chiostrino di servizio verso la campagna e la costruzione di un corridoio più piccolo sul lato ovest riservato ai novizi. A lato e dietro di esso un vastissimo appezzamento di terreno consentiva di provvedere con i suoi prodotti al sostentamento della Comunità e dei pellegrini che ne avessero avuto bisogno. Nei secoli della sua storia il convento è stato sempre un centro di intensa vita religiosa, culturale e di attività caritative. Nel 1808 fu applicata anche a Madonna dell'Arco la legge promulgata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte che sopprimeva tutte le case religiose del Regno di Napoli. Il 23 settembre del 1817, dopo vari usi, l'immobile fu dato definitivamente in piena proprietà al Real Albergo dei Poveri di piazza Carlo III in Napoli, ad eccezione di otto camerette da destinare non solo all'alloggio, ma anche a tutti i servizi occorrenti alla piccola Comunità allora addetta al Santuario. La biblioteca, l'archivio, i paramenti sacri e tutti gli oggetti di qualche valore erano stati depredati. Il Santuario ed il convento furono spogliati di tutto. Il vasto campo retrostante con la palazzina destinata agli ospiti furono venduti all'asta assieme ai cosidetti "comodi rurali", in cui erano compresi tutti i locali al piano terra lato ovest e nord, l'ammezzato e i locali a piano terra a mezzogiorno una volta destinati ai pellegrini. Il resto dell'edificio rimasto all'Albergo dei Poveri fu in un primo tempo destinato ad accogliere "tignosi" e ammalati cronici. Con l'istituzione nel 1835 dell'Ospedale «S. Maria di Loreto» alla via Marittima in Napoli tutti quegli ammalati vi furono trasferiti e l'immobile servi ad accogliere alcune centinaia di anziani di ambo i sessi. Successivamente, dal 1885 al 1906, fu fittato all'Amministrazione Provinciale di Napoli per ospitare una sezione del Manicomio Provinciale. Con l'eruzione del Vesuvio del 1906 il convento subì notevoli danni per l'accumulo di cenere sulle coperture e dichiarato inagibile. I vecchietti furono trasferiti, ma qualche anno dopo, eseguiti grossolani lavori di consolidamento, esso tornò ad essere una sezione staccata dell'Ospizio di piazza Carlo III. Nel 1925, dopo una contesa giudiziaria sostenuta dal Fondo per il Culto, dal Comune di Sant'Anastasia e da p. Sorrentino Rettore del Santuario, e dopo lunghe e laboriose trattative si ottenne una parte del convento, ove, nel 1926, fu trasferita, da Acerra, la Scuola Apostolica della Provincia Domenicana di Napoli. Quando nel 1594 il Santuario fu assegnato ai domenicani lo fu non solo perchè potesse essere custodito e servito, ma anche perchè potessero collocarvi uno studentato.Era perciò spontaneo, per i frati domenicani dell'inizio di questo secolo, il ricordo ed il desiderio di unire insieme i due ideali: la gloria di Maria e la ricostruzione dell'antica e gloriosa Provincia Domenicana di Napoli (allora retta solo in Vicariato per lo scarso numero di religiosi), trasferendo lo studentato a Madonna dell'Arco ed affidandolo alla bontà della Vergine. Ma i locali ottenuti erano ben poca cosa. La maggior parte del convento restava ancora in possesso del Reale Albergo dei Poveri. Per l'incremento intensivo ed estensivo del culto alla Vergine era necessaria, come alle origini, la presenza di un maggior numero di frati al servizio del Santuario per l'accoglienza e la cura spirituale dei pellegrini. Occorsero lunghi anni di silenzioso ma intenso e doloroso lavoro perchè, infine, il 10 luglio 1935 fosse possibile stipulare un contratto di compravendita con la Direzione dell'Albergo dei Poveri che decideva di trasferire altrove i suoi ricoverati. Tra la più viva commozione dei presenti, il 3 agosto successivo, vigilia della festa di S. Domenico, veniva abbattuto il muro divisorio tra i locali precedentemente occupati dai Padri e il resto del convento. Passato però il primo momento di entusiasmo ci si accorse che molto restava da fare. I locali non solo erano in pietoso stato di manutenzione, ma erano stati cosi trasformati che, prima di potersene servire, occorrevano lunghi lavori e dispendiosi più delle possibilità. L'entusiasmo però non venne meno e la gioia dell'animo si converti in spirito di sacrificio. Provveduto ai lavori più pesanti, i chierici studenti rinunziarono alle loro vacanze estive e si trasformarono in muratori, scalpellini, imbianchini, elettricisti, aiutati da pochi operai ed incitati dall'esempio dei Padri che spesso si univano ad essi nel lavoro. Cosi nel gennaio 1936 i locali furono in condizioni di ospitare il folto numero di studenti provenienti dal convento di Barra-Napoli. Il convento divenne presto sede di un apprezzato "Studio Generale" al quale affluirono chierici studenti anche da altre Province religiose Domenicane e da altri Ordini fino al 1959. Intanto, nel 1947, era stato possibile acquistare dagli eredi Izzo i locali a piano terra a mezzogiorno ed il giardino antistante. All'alba dell'11 maggio 1962 tutto il lato ovest del convento, in condominio col barone Carlo Tortora Brayda, crollò per la lunghezza di circa 30 metri. Era la parte meno solida e più manomessa: il piano superiore era dei religiosi, il piano terra del barone. Per fortuna segni premonitori aveva suggerito il tempestivo sgombero, per cui non vi fu alcuna vittima. Ma il crollo servì a convincere il nostro condòmino della impossibilità di una ulteriore convivenza dei religiosi con i suoi coloni. Dopo laboriose trattative si addivenne quindi alla cessione, per un congruo prezzo, di tutte le restanti parti del convento ancora in mano a laici e di una fascia di terreno tutto intorno. Solo nel 1973 fu ricostruito il lato crollato, in vista delle necessità logistiche del "Capitolo Generale" dell'Ordine Domenicano che si sarebbe tenuto a Madonna dell'Arco l'anno successivo.

 

Il Santuario: architettura e arte.

Progettista del nuovo Santuario fu Giovan Cola di Franco, un affermato architetto che diresse anche i lavori di Santa Maria La Nova e intervenne in San Gregorio Armeno, Santa Maria della Vita e nella costruzione della Cappella di San Gennaro, tutti splendidi monumenti sacri di Napoli. La forma del tempio è a croce latina con ampia abside in cui successivamente venne collocato un grande coro monastico in noce intagliato. Il complesso monumentale rispecchia sia all'interno sia all'esterno i caratteri architettonici del tempo in cui sorse: oggetti e cornici in pietra vesuviana o in pietra grigia con fondali bianchi, in piacevole armonia. Nell'interno le cappelle laterali erano, secondo il gusto del nuovo secolo, in stile barocco con altari in marmo e tele di buona fattura, prevalentemente del pittore napoletano Antonio Sarnelli, con soggetti di santi domenicani. Nel 1948 le cappelle furono abolite per creare due piccole navate laterali per il più facile deflusso dei fedeli, sempre in aumento. Gli altari, con le ringhiere in ferro e ottone che separavano le cappelle dalla navata centrale, furono ottimamente utilizzati altrove nell'ambito del santuario. Le tele rimasero invece al loro posto. Nello stesso tempo furono aperte altre due porte sulla facciata, in corrispondenza delle due nuove navate. Tutte e tre gli ingressi delle attuali tre navate in occasione del 4° centenario della fondazione del Santuario e dell'arrivo dei domenicani (1993-94) sono state arricchite con artistiche porte di bronzo realizzate dallo scultore francescano P. Tarcisio Musto. Nel 1853 alla torre campanaria furono aggiunti due piani, con poco rispetto del complesso architettonico. Nel mezzo del transetto, in asse con la slanciata cupola, sorge il tempietto che custodisce l'antica edicola campestre con l'immagine affrescata della Madonna dell'Arco, commissionato nel 1621 al maggiore architetto del Regno, Bartolomeo Picchiatti. Otto colonne di broccato di Spagna reggono una ricca cimasa di marmo bianco con cornice. Marmi policromi adornano i pilastri portanti. La parte terminale è in legno dipinto. L'edicola con l'affresco è racchiusa in finissimi marmi intarsiati con un altare sottostante il cui paliotto è un capolavoro di intarsio di pietre dure in stile fiorentino. Per realizzare questo artistico gioiello l'architetto Picchiatti si avvalse dei famosi scultori carraresi Vitale e Giuliano Finelli. Nella crociera, a sinistra guardando il tempietto, vi è l'altare del Crocifisso con una preziosa scultura lignea della fine del '600 posta su un'affresco rappresentante la Madre di Gesù e Giovanni l'Apostolo ai piedi della Croce.. A destra della crociera si trova l'altare con una tela raffigurante s. Domenico che riceve il Rosario dalla Beata Vergine Maria. Su questo lato si apre la cappella settecentesca con soffitto affrescato e, tra le altre, due tele di Luca Giordano. Oggi questa è la cappella del Santissimo Sacramento custodito in un prezioso tabernacolo. Dietro il tempietto all'ingresso dell'abside è posta l'altare maggiore di pregevolissima fattura settecentesca. Anche la sacrestia risulta preziosa non solo architettonicamente ma anche perché arredata con armadi del '600 e con una grande tela di Tommaso d'Alessandro di Ortona.

 

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