L'ORFANOTROFIO DI MADONNA DELL'ARCO

Nel 1919, terminata appena la guerra mon­diale, il maestro generale dei Padri Domenicani, Padre Ludovico Theissling, iniziò la visita ca­nonica delle province Religiose Domenicane, al­lo scopo di rendersi conto dei bisogni e delle con­dizioni in cui, dopo l'immane flagello, si trova­vano, e di dare ad esse nuovo vigore di vita. Venuto a Napoli, non trascurò di visitare il San­tuario dell'Arco e di prenderne a cuore le sorti. Vi assegnò infatti tre padri e alcuni fratelli cooperatori, nominò un nuovo rettore nella per­sona di padre Alberto Broglia e più tardi ap­provò e caldeggiò con tutta la sua autorità il progetto di aprire all'ombra di Maria dell'Arco un orfanotrofio per accogliere, come una corona di innocenza e di amore intorno a Maria, delle piccine colpite dalla più triste sventura. Pensa­vano giustamente i padri che nulla poteva esse­re a Maria più gradito, quale attestato di rico­noscenza, che un atto di squisita carità cristiana. Però le risorse finanziarie non permettevano di realizzare tale progetto. In cassa non vi era «nulla», nel senso più letterale e assoluto della parola. Ma nonostante questo, il progetto fu sottoposto prima all'approvazione dei superio­ri dell'Ordine, poi a quella del sommo pontefice Benedetto XV, che incoraggiò e volle essere il primo oblatore. E si iniziarono senz'altro le pra­tiche per l'acquisto del suolo. Fu scelta la località per l'edificio a poca distan­za dalla stazione ferroviaria, dove il Monte della Mi­sericordia di Napoli possedeva un vigneto. Si pregò l'architetto napoletano, l'ingegner Emmanuele Rocco, già celebre per il progetto della galleria Umberto I di Napoli, affezionatissimo ai Domeni­cani e molto devoto della Beata Vergine dell'Arco, di fare il progetto per l'erigendo orfanotrofio. I padri, convinti di questa iniziativa e fiducio­si nella Santa Vergine, non vollero attendere che si raccogliessero i fondi prima di iniziare la costru­zione, ma sottoposero al padre generale, che ap­provò il progetto per la costruzione di un orfano­trofio, adatto a ricoverare circa duecento orfane. Intanto moriva l'ingegnere Emmanuele Roc­co, ma si trovò immediatamente un altro ar­chitetto, l'ingegnere Achille Stella di Napoli, che generosamente si offrì per completare il pro­getto già avviato. Così pure il cavalier Alfonso Vosa non si fece vincere in generosità offrendosi, senza nulla chiedere, a dirigere i lavori. La domenica 24 settembre 1922 fu posta la prima pietra dell'orfanotrofio. Dell'orfanotrofio, quasi per miracolo di ge­nerosità e di diuturno lavoro, fu inaugurata una parte, in occasione del cinquantenario della so­lenne incoronazione della Vergine. Si affrettò il lavoro di completamento e arre­damento della parte già costruita; per il giorno di san Domenico, mentre ancora gli operai nu­merosi lavoravano, vennero le prime suore, suor Enrica De Bartolo, suor Lucia Ugolini, suor Clotilde Menzietti, per provvedere alle mille picco­le cose occorrenti. Il 12 settembre, giorno dedicato alla festività del Nome di Maria, la prima orfana veniva nel­la casa della Vergine dell'Arco: si chiamava Ma­ria Bove, subito raggiunta da altre sei coetanee. Il 27 settembre 1925 il vicario generale dell'Or­dine, padre Ilarione Tamajo, accompagnato da padre Filippo Caterini, procuratore generale dell'Ordine, veniva espressamente da Roma per la cerimonia di inizio delle attività. L'edificio per le bimbe è stato completato ne­gli anni successivi. Nel 1971, grazie alla gene­rosità della compianta benefattrice Ester De Angelis, è stato arricchito di un piano destinato ad asilo nido permanente. Negli anni '90 si è proceduto a progettare e n­strutturare l'edificio secondo le nuove esigenze educative e assistenziali per i minori ospitati. Così si sono ridisegnate la finalità e la strut­tura di questa istituzione, nello spirito dei fon­datori ma rispondendo alle esigenze dei tempi, di una società trasformata: una casa di acco­glienza per aiutare i minori, bambine e ragazze in difficoltà, nelle attuali e nuove povertà. Nel giu­gno del 1997 si è praticamente chiusa una realtà che non rispondeva più alle sopraddette esigen­ze educative, ma con un progetto di «vita», di «ri­nascita», di una istituzione che dovrà sfidare an­cora i tempi nuovi e le nuove modalità di servizio.

 

LA CASA PER ANZIANI

Nel Gennaio 1950 l'avvocato Casilli decise assieme al Rettore del Santuario dove e come sarebbe sorta la casa di riposo che per trent'anni aveva già costruito nel suo pensiero, già fondata nel suo cuore e alla quale aveva già provveduto nella sua generosità. Diede mandato al Rettore di procedere all'ac­quisto del terreno di fronte all'orfanotrofio, dal­l'altro lato del viale che dalla stazione della fer­rovia Circumvesuviana porta al Santuario. Egli disse che, se a oriente era sorto un rifugio per l'infanzia - la vita che sorge - ad occidente do­veva esservi una casa per accogliere chi, al tra­monto della propria esistenza, dopo anni di lot­ta e di sacrifici era rimasto solo e aveva bisogno di riconciliarsi con la vita e con Dio sotto lo sguardo materno della Vergine dell'Arco. Domenica 25 febbraio 1951 con una solenne cerimonia fu posta la prima pietra del nuovo edi­ficio. Erano presenti, tra molto pubblico, le au­torità: sua eccellenza monsignor Reginaldo Addazi, Domenicano, Arcivescovo di Trani, Barletta e Bi­sceglie e i Vescovi Antonio Teutonico di Aversa, Ni­cola Capasso di Acerra, Matteo Guido Sperandeo ausiliare di Nola, Pasquale Venezia di Ariano Ir­pino e monsignor Luigi Rinaldi vicario generale di Napoli. Erano presenti anche il sottosegretario al Tesoro, onorevole Silvio Gava, e gli onorevoli Raffaele lervolino, Stefano Riccio, Nello Caserta, Luigi Chatrian, Giuseppe Notarianni, il direttore centrale del Banco di Napoli e altre autorità. L'o­norevole Giovanni Leone, vicepresidente della Camera dei Deputati, tenne il discorso ufficiale. Finalmente il 25 aprile del 1956 fu inaugura­ta la nuova casa, presenti numerose autorità religiose e civili. Poi cominciarono ad arrivare gli «ospiti» - così l'avvocato volle che fossero chia­mati gli anziani nella casa - che furono affidati alle cure amorose delle suore domenicane della Congregazione Santa Maria dell'Arco. L'opera realizzata con l'aiuto dell'avvocato Casilli, però, riservava la sua assistenza ai soli uo­mini. Col tempo cominciava a non rispondere al­le nuove esigenze dell'assistenza agli anziani. Era vivo desiderio della comunità domenicana del santuario avere un'opera più completa, che fosse in grado di estendere la sua assistenza al­le donne e ai coniugi anziani, sempre più nu­merosi nella nostra società. Si voleva qualcosa di meno emarginante, che rispecchiasse meglio una normale società umana. Questa aspirazio­ne ha trovato la sua realizzazione negli anni 1980-1983 grazie al valido aiuto di un altro be­nefattore del santuario, l'ingegner Giuseppe Borselli. Lopera, progettata dall'architetto Nicola Pirozzi, è diventata anch'essa realtà. Il nuovo edificio, che accoglie una cinquantina di anziani tra donne e uomini, si eleva per tre piani in splendida posizione, con ridente e vario panorama, in mezzo al verde della campagna a un passo dalla stazione della ferrovia Circum­vesuviana e a 200 metri dal santuario. Attualmente, la Casa per Anziani è tutelata dalla presenza delle Suore Domenicane.

 

IL CENTRO STUDI SULLA RELIGIOSITA' POPOLARE

 

I frati domenicani della provincia del Sud d'I­talia, in particolare quelli del Santuario, hanno sentito il bisogno di rispondere alle esigenze del­le popolazioni di queste regioni dell'Italia - av­vertiti come «luoghi teologici» nel contesto della specifica missione dei figli di san Domenico di evangelizzazione e di promozione culturale - con la costituzione di un moderno Centro Studi Religiosità Popolare. È stato inaugurato il 16 giugno 1995 dal maestro dell'Ordine Domenicano padre Timoty Raddiffe, anche se ha iniziato le attività solo nel novembre 1996, dopo una ristrutturazione di alcuni locali del­la casa del pellegrino destinati a questa attività. Questo Centro Studi ha il compito di studia­re il fenomeno della religiosità popolare nell'I­talia meridionale, mediante l'indagine storica, so­ciologica, psico-antropologica, etnografica e re­ligiosa; sta curando la raccolta, l'elaborazione e la conservazione della documentazione relativa, in un moderno «centro dati». Sta costituendo un archivio, una biblioteca, e una foto-vidèoteca specializzati. Il Centro inoltre promuove con­vegni e pubblicazioni scientifiche; è collegato con l'Istituto Filosofico San Tommaso d'Aquino dei domenicani di Napoli per realizzare corsi di specializzazione nell'ambito dell'antropologia religiosa, con il conferimento di relativi titoli. Sono stati realizzati negli anni la rivista scien­tifica Arco, quale organo del Centro, e l'allesti­mento di un museo della religiosità popolare, con il grande patrimonio di ex voto e oggettisti­ca varia del santuario della Madonna dell'Arco. Ha un laboratorio di restauro con aspira­zione a diventare un centro di restauro del pa­trimonio oggettistico della religiosità popolare nel Meridione d'Italia. Il Centro Studi, nel 2009, ha dato alla stampa un’interessante pubblicazione dedicata al Museo degli Ex voto del santuario “Votum. Il Museo degli Ex voto del Santuario d  Madonna dell'Arco". Questa pubblicazione è un ulteriore studio sull  raccolta plurisecolare degli ex voto della Madonna  dell'Arco. L'intento è quello d  presentare ai tanti Devoti il Museo: un luogo suggestivo, denso di fede e di vissuto, fatto di storie di tanti uomini e donn  racchiuse nelle testimonianze degli ex voto. L'introduzione è a firma del Maestro Roberto De Simone, musicologo, compositore, concertista, saggista, già  Direttore artistico del Teatro San Carlo di Napoli e del Conservatorio di Musica San Pietro a Maiella di Napoli.

 

IL MUSEO DEGLI EX VOTO

Il  7  aprile  2000,  veniva  inaugurato  il  Museo  degli  ex  voto.  Il  Centro  Studi  Arco  ha  provveduto  in  tal  modo  all'allestimento  di  una  mostra permanente della ricca collezione di tavolette votive ed ex voto di ogni genere.I  tanti  ex  voto  ben  collocati  sono  stati  scelti  per  agevolare  il  visitatore  a  fare  una  lettura  di  fede,  più  che  di  arte  o  maestria,  essi  creano un'atmosfera che induce alla preghiera e alla meditazione.Il  Museo  degli  ex-voto,  che  va  dal  1500  ad  oggi,  è  la  raccolta  di un  grande  patrimonio,  con  un  intreccio  di  fede,  arte  e  storia. Esso   è   suddiviso   in   quattro   sale   espositive:   la   sezione   dei pittorici  e  dei  velieri,  la  sezione  oggettistica  e  dei  ceri,  la sezione dei preziosi e la sezione delle stampe.Una   struttura   museale   unica   e   suggestiva,   un   percorso   che induce  ad  una  seria  riflessione,  ma  viene  ad  essere  senza  ombra di  dubbio  la  testimonianza  più  diretta  della  secolare  devozione per la Madonna dell'Arco.Gli   ex-voto,   parlano   del   bisogno   di   aiuto   nel   dolore,   nella malattia,   nelle   avversità   di   ogni   genere   in   cui   l'umanità   si dibatte fin dal suo esistere.Riportiamo una pagina del P. Raimondo Sorrentino:Chi  mai  potrebbe  rendere  al  santuario,  abolendo  quei  voti,  la sua  immensa  poesia  di  ricordi?  Quelle  tavolette  che  parlano  la voce   riconoscente   delle   generazioni   succedutesi   ai   piedi   di Maria,  che  ricordano  la  storia  delle  innumerevoli  grazie,  che attestano  una  bontà  mai  venuta  meno,  dicono  all'anima  cose ineffabili  che  nessuna  arte  potrebbe  esprimere.  L'anima  si  sente come    trasportata    fuori    dal    tempo    e    dall'ora;    mille    visi sconosciuti  si  affacciano  al  pensiero,  mille  voci  imploranti,  mille anime  protese  verso  Maria  si  avvicinano  alla  nostra  anima,  la nostra  voce  si  confonde  con  l'eco  delle  voci  che  pregarono  nello stesso  luogo  secoli  fa,  noi  non  siamo  più  soli  a  piangere,  ci stanno  vicino  tutti  i  supplicanti  che  prima  di  noi  tesero  a  Maria  le  braccia…  ve  ne  sono  alcune  che…  recano  una  data  che  ci  assicura  che esse  furono  attaccate  alla  primitiva  edicola,  e  non  si  guardano  e  non  si  toccano,  quelle  rozze  tavolette  rose  dai  tarli  e  guaste  dal  tempo, senza  sentir  nell'anima  quel  sentimento  sacro  di  riverenza  che  desta  ogni  cosa  buona  fatta  più  preziosa  dal  tempo.  Dicono  quelle  umili tavole  quanto  lo  storico  non  può  dire,  ricordano  quanto  la  storia  non    può  ricordare:  sono  pagine  vive  di  un  volume  che  non  sarà  mai scritto.